Molti anni fa, quando cominciai a lavorare nell’ambito del restauro di barche a vela, una delle cose che più richiamava la mia attenzione era il fatto di come degli alberi che necessitano di settant’anni per crescere, potessero essere utilizzati tanto abbondantemente in forma sostenibile. La risposta la incontrai nel mio cammino professionale e con il passare degli anni….semplicemente non era possibile.

Ai nostri giorni il legno di teak è un materiale molto costoso ed il suo approvvigionamento è vincolato a guerre civili e canali illegali attraverso i quali si finanziano milizie paramilitari e gruppi sovversivi che tengono sotto totale instabilità politica territori come il sud del Sudan e Uganda, nei quali si produce la maggior parte di questo prezioso legname. Anche se il legno di teak sia originario del sud est Asiatico, specialmente Birmania dove ne è stato vietato il commercio, dall’epoca coloniale si cominciò a piantare selvaggiamente alberi di teak sul territorio Africano, come monocoltura intensiva, che tra l’altro destabilizzò totalmente gli equilibri ambientali delle vegetazioni autoctone.

Molte associazioni ambientaliste, da molti anni, lottano per la regolarizzazione delle piantagioni dei legni esotici tra i quali anche il teak. Alcune indagini stimano che il 60% del teak che entra per i canali legali provenga al contrario da canali non tracciabili. Qui pubblichiamo un articolo di Green Peace Espana, intitolato ” Il legno della guerra.” E’ un articolo interessante, purtroppo in lingua spagnola, utile per comprendere quali siano le dinamiche che si attivano partendo da una vorace domanda di legni esotici crescente, in special modo nel caso specifico del legno di teak.